Messa da Requiem

Teatro Regio di Parma
sabato 7 ottobre 2017, ore 20.00  fuori abbonamento
giovedì 19 ottobre 2017, ore 20.00  fuori abbonamento

Durata complessiva 1 ora e 30 minuti circa, senza intervallo

MESSA DA REQUIEM
Musica  GIUSEPPE VERDI

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Direttore  DANIELE CALLEGARI
Maestro del coro  MARTINO FAGGIANI

Soprano 
ANNA PIROZZI
Mezzosoprano  VERONICA SIMEONI
Tenore  ANTONIO POLI
Basso  RICCARDO ZANELLATO
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Messa da Requiem

1. Requiem e Kyrie - a quattro voci soliste e coro

2. Dies irae - a quattro voci soliste e coro: Dies irae - coro
Tuba mirum - coro
Mors stupebit - solo per basso
Liber scriptus - solo per mezzosoprano
Quid sum miser - a tre voci (soprano, mezzosoprano, tenore)
Rex tremendae - a quattro voci soliste e coro
Recordare - a due voci (soprano, mezzosoprano)
Ingemisco - solo per tenore
Confutatis - solo per basso
Lacrymosa - a quattro voci soliste e coro

3. Offertorio - a quattro voci soliste

4. Sanctus - fuga a due cori

5. Agnus Dei - a due voci (soprano, mezzosoprano) e coro

6. Lux aeterna - a tre voci (mezzosoprano, tenore, basso)

7. Libera me, Domine - solo per soprano, cori, fuga finale
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La Messa da Requiem è una Messa di Gloria. Gloria per due artisti che, scomparsi a distanza di qualche anno l’uno dall’altro, ne hanno occasionato il punto d’origine e il compimento. Nessun dubbio che la Messa da Requiem sia musica sacra, perché è il Sacre dell’Artista, una festa della memoria che prende forma definitiva nel tempo intercorso fra la morte di un grande musicista e di un grande romanziere. L’autore della Messa da Requiem riconosce la grandezza dell’uno e dell’altro, come percepisce l’invalicabile distanza che li divide dalla propria arte. Messa da Requiem è scritta da un uomo di teatro prima ancora che da un maestro di musica. Non era in questa la definizione che Verdi era portato a riconoscersi? «No, no, lasci andare il gran musicista, io sono un uomo di teatro!» Suona come un paradosso, ma la Messa da Requiem è l’omaggio di un artista che avverte quanto sia irrevocabile la differenza dall’arte professata da Gioachino Rossini e da Alessandro Manzoni. Altre figure che potessero rappresentare in quel momento in Italia l’idea d’artista lui non sapeva trovarle.

Invece Verdi non fu mai sfiorato dall’idea di rendere omaggio ai suoi autentici compagni di strada, ai confratelli Shakespeare, Schiller, Hugo o Dumas fils, che furono uomini di teatro come era stato per istinto anche lui. Il Requiem è dedicato a «quel Santo», a «questo Grande che ho tanto stimato come Scrittore e venerato come Uomo», autore di un capolavoro incondizionatamente ammirato e irrimediabilmente lontano. Come Rossini, chi ha scritto I promessi sposi incarna un’arte distante dall’arte che Verdi aveva esercitato fino a quel momento. Il gesto allora è ancora più eloquente, solenne. Nel ricordo del Requiem, lo sforzo di Verdi vuol scongiurare un’altra morte, cercando di porre riparo alla morte dell’arte. 

Nelle macerie della società moderna, ammette Verdi, altro non c’è da ricordare che gli artisti. E con il gesto di comporre il Requiem Verdi converge involontariamente con le parole di Friedrich Nietzsche. Vertiginosa coincidenza di date e di pensieri tra la Messa da Requiem e quell’aforisma di Umano troppo umano intitolato Tramonto dell’arte. «Forse l’arte non è mai stata tanto compresa, così profondamente e con tanta anima come oggi che la magia della morte sembra avvolgerla e trasfigurarla. [...] Presto si considererà l’artista come una magnifica reliquia, e a lui, come a un meraviglioso straniero, della cui forza e bellezza dipese la felicità di epoche passate, si renderanno onori quali non ne riserviamo facilmente ai nostri simili».

Nel novembre 1868 la morte di Rossini giunge prossima ad essere riassorbita nel cono d’ombra della piramide di Aida: «Un grande personaggio è scomparso dal mondo. Il suo nome era il più diffuso, il più popolare nel nostro tempo ed era la gloria dell’Italia. Quando l’altro ancora in vita non ci sarà più, che cosa ci rimarrà?». Per un’arte morta o moribonda, Verdi riteneva che la piramide sarebbe sorta dallo sforzo di undici compositori tutti italiani. Verdi si mette a capo dell’impresa, un cantiere di sopravvissuti impegnati in un omaggio a chi aveva fatto risplendere un’arte vicina al definitivo tramonto. Verdi intraprende il lavoro, si affida un compito e scrive la conclusione dell’opera. Libera me Domine è la vetta di una Messa da Requiem collettiva che mai sarà presentata in pubblico. Cinque anni dopo, con la morte di Manzoni si fa largo il bisogno di un nuovo olocausto alla memoria. La cerimonia non può essere rinviata. Fissato il termine entro cui la nuova opera va ultimata, il primo anniversario della scomparsa del grande letterato. Scadenza improrogabile e Verdi la intende rispettare perché è parte integrante del solenne rito che il musicista si impone. Dalla cima sarebbe bastato compiere il cammino a ritroso nell’opera. Del resto, nella perorazione affidata alla voce del soprano, nel “Libera me Domine”, l’orecchio poteva percepire il riverbero di un Dies Irae mai consumatosi, perché Verdi non lo aveva ancora scritto. Si resta stupefatti all’ascolto di un’apocalisse sognata soltanto e soltanto ricordata. Per dar forma alla fine del mondo, per trattenerla nella sequenza centrale della Messa da Requiem, Verdi non aveva da aggiungere molto altro agli strumenti dell’orchestra a cui aveva deciso di attenersi per la Messa da Rossini. A parte, con gesto da accorto uomo di teatro, le quattro trombe fuori scena, perché l’evocazione del “Libera me Domine” diventasse crudelmente concreta. 

Chi  ha scritto il libretto della Messa da Requiem, frutto di un lavoro dove Verdi accetta la condizione davvero eccezionale per lui, di non intervenire in alcun modo su un testo trasmessogli per più mani? Il vincolo si risolve in  libertà, perché per il Requiem, per la prima e ultima volta il musicista avrà avuto la sensazione – come nell’Introitus – che si poteva davvero fare a meno di rispettare le convenzioni del libretto d’opera. Via versi, metri, prosodie verso i quali il compositore mostrava un disagio e un’insofferenza che presagivano il tempo in cui sarebbe stato possibile accostare direttamente il testo teatrale, senza altra mediazione che la musica.

Nell’olocausto della memoria sta probabilmente la più autentica liturgia della Messa da Requiem di Verdi. Vero che per il varo dell’opera, il 22 maggio 1874, c’erano le navate della Chiesa di San Marco di Milano e tre giorni dopo la Messa sarà officiata da Verdi sul palco del Teatro alla Scala con lo stesso quartetto di solisti: Teresa Stolz, Maria Waldmann, Giuseppe Capponi e Ormondo Maini. La duplice presentazione servirà ad alimentare i pareri più contrastanti sulla natura dell’opera, sull’appartenenza o meno alla sfera del sacro.

Ma a chi appartiene la musica nella Messa da Requiem? Agli uomini richiamati dal giudizio finale o al disfacimento della morte? Per l’ultimo dei grandi maestri naïfs della musica occidentale, come ha detto Isaiah Berlin, il sacro pertiene al novero delle grandezze non misurabili. Non c’è esperienza che non sia ricondotta a quanto cade sotto i sensi. Quell’«arte della limitazione» e quella «realizzazione assoluta di una grandezza finita» di cui Verdi è stato un maestro, gli suggeriscono la condotta da adottare inoltrandosi nel Requiem. Allora non c’è nulla di sontuoso, nulla di vano nel Dies Irae presentato come la più straordinaria e desolante rappresentazione della vita offesa.

«Ma ecco in Verdi – spiega il filosofo Ernst Bloch – a contrasto, il “Sed” nell’Offertorio del suo Requiem, il “Sed” prima del “Signifer Sanctus Michael”, tenuto per sette battute, con tutt’intorno la melodia celeste senza trionfo, con un levarsi in aria della speranza. Così, con un ultimo residuo di barocco, la musica elabora disperazioni e salvezza».

Il silenzio in musica sta per il nulla. Smosso dall’ingresso degli strumenti nel Kyrie, anzi generato da quel violoncello in sordina, messo a principio, di tutto, il silenzio è polverizzato dall’ingresso del Dies Irae, dalle trombe nel giudizio nel Tuba Mirum, ritorna sul tremolo del violini dell’Hostias o si disperde ancora fra le voci del Sanctus, le invocazioni dell’Agnus dei, gli abbagli del Lux Aeterna. Il silenzio fluttua e incombe come la sola approssimazione possibile al mistero della morte.

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