Ecco uno dei luoghi cruciali nella biografia verdiana: la casa di Antonio Barezzi, droghiere benestante, grande appassionato di musica, esperto lui stesso di cinque strumenti e del flauto in particolare, che fondò nel 1816 la Società Filarmonica Bussetana. Barezzi intravide il talento musicale del giovane Giuseppe Verdi, di cui presto diviene il mecenate mantenendolo agli studi triennali milanesi dal 1832 e divenendone successivamente l’amatissimo suocero dopo il matrimonio con la figlia Margherita.Qui, nel febbraio del 1830, avvenne la prima esibizione pubblica del musicista. Verdi vi abitò nei mesi che precedettero il suo trasferimento Milano per compiervi gli studi musicali, sostenuti anche dal Barezzi, al quale il grande artista serbò sempre infinita gratitudine. Sede dal 1979 dell’Associazione Amici di Verdi, dal Centenario Verdianodel 2001, Casa Barezzi presenta una nuova disposizione espositiva permanente, inaugurata dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e da Riccardo Muti.
Il Salone, restaurato, conserva intatto l’arredamento originale, tra cui il fortepiano viennese Tomaschek, acquistato da Barezzi attorno al 1835, sul quale il giovane Verdi suonò a lungo, compose l’opera I due Foscari (1844) e infine accompagnò l’agonia del suocero morente.
Vi è ospitata anche la discoteca Antony Rocco Schipper-Suppa, che conta più di cinquecento opere. Nelle sale adiacenti è esposta dal 2001 la vasta collezione Stefanini di cimeli verdiani, lettere autografe, ritratti e documenti iconografici relativi alla giovinezza di Verdi fino alla sua morte e alle Celebrazioni Verdiane. La facciata del palazzo reca una lapide in marmo e bronzo dettata da Arrigo Boito, risalente al 1913.

Info
http://www.museocasabarezzi.it/

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ARCHIVIO
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Ho cominciato l'Attila
Dal mio tranquillissimo Busseto scrivo a te che sei nella città più fracassona del mondo: ora poiché vi sono in moto le scienze* figuratevi che scompiglio! Quale differenza da qui a Napoli dove si stia meglio peggio non lo sò sò che Napoli è bellissimo che ha un cielo d'incanto, un'aria salubre i dintorni che sono un paradiso e non so altro. […] Qui nulla succede nulla nulla, si mangia, si beve, si dorme 25 ore al giorno io pure così faccio. Anche in questo paese vi sarà certamente malignità come dappertutto ma io non sento parlare di niente neve ne curo figurati se dopo aver sentito storielle a centinaja di mille colori Napoli voglio sentirne ancora qui. Se mi scrivi fai il più grande dei regali.
Il tuo più grande amico Giuseppe Verdi.

P.s. Ieri ho cominciato a scrivere l'Attila e da qui in avanti invece di 25 ore ne dormirò 24 sole al giorno.
*Andrea Maffei era Napoli per un congresso internazionale di scienziati

Ad Andrea Maffei, Napoli
Busseto, venerdì 12 settembre 1845.
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In casa mia vive una Signora libera
In casa mia vive una Signora libera, indipendente, amante come me, della vita solitaria, con una fortuna che la mette al coperto di ogni bisogno. Né io, né Lei dobbiamo a chichessia conto delle nostre azioni; ma d'altronde chi sa quali rapporti esistano fra noi? Quali gli affari? Quali i legami? quali i diritti che io ho su Lei, ed Ella su di me? Chi sa s'Ella è o non è mia moglie? Ed in questo caso chi sa quali sono i motivi particolari, quali le idee da tacerne la publicazione? Chi sa se ciò sia bene o male? Perché non potrebbe anche essere un bene?... E fosse anche un male chi ha diritto scagliarci l'anatema? Bensí io dirò che a Lei, in mia casa, si deve pari anzi maggior rispetto che non si deve a me, e che nissuno è permesso mancarvi sotto qualsiasi titolo, che infine Ella ne ha tutto il diritto, e pel suo contegno, e pel suo spirito, e pei riguardi sociali a cui non manca mai versogli altri.
Con questa lunga chiaccherata non ho inteso dire altro che io reclamo la mia libertà d'azione, perché tutti gli uomini ne hanno diritto, e perché mia natura è ribelle a fare a modo altrui; e che Egli che in fondo è sì buono, sì giusto, ed ha tanto cuore non si lasci influenzare, e non assorba le idee d'un paese che, a mio riguardo, - bisogna ben dirlo! - tempo fà non m'ha degnato capace d’avermi a suo organista ed ora mormora a torto ed a travergere dei fatti e delle cose mie.

Lettera ad Antonio Barezzi
Parigi, mercoledí 21 gennaio 1852
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Dedicato a Barezzi
"Ora eccole questo Macbeth che io amo a preferenza delle altre mie opere e che quindi stimo più degno d’essere presentato a Lei. Il cuore l’offre: l’accetti il cuore, e le sia testimonianza della memoria eterna, della gratitudine, e dell’affetto che le porta il suo aff. G. Verdi”. Nel ricevere questa dedica, Barezzi si commosse. Nella sua replica a Verdi lo assicurò che i segni di quel sua riconoscimento sarebbero rimasti per sempre scopliti nel suo cuore. Barezzi invitava Verdi ad accettare in cambio le sue calde lacrime d'amore, versate come unico tributo possibile. […] Eppure la lettera “Macbeth” del 1847 di Barezzi a Verdi inizia con un riferimento sconcertante a qualcosa di grave: “carissimo genero, se il mio cuore non fosse così tremendamente angustiato, potrei morire consolandomi nel leggere la tua lettera del venticinque di questo mese”. Cosa stava amareggiando così tanto Barezzi? Forse il principio della relazione tra Verdi e Peppina Strepponi.

(The Real Traviata: The Song of Marie Duplessis – René Weiss – OUP Oxford – Trad FoV).
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M'ha voluto bene
Giuseppe Verdi a Clara Maffei (1) Sant'Agata, domenica 30 giugno 1867
Vi ringrazio, mia sempre buonissima Clarina, della vostra affettuosa lettera. Oh questa perdita (2) mi sarà estremamente dolorosa [..] Povero vecchio che m'ha voluto bene!! E povero me che per poco ancora poi nol vedrò più!!! Voi sapete che a Lui devo tutto, tutto, tutto. Ed a Lui solo, non ad altri come l'han voluto far credere. Mi par di vederlo ancora [..] quando mio padre mi dichiarò che non avrebbe potuto mantenermi nell'Università a Parma e mi decidessi di ritornare nel villagio natio. Questo buon vecchio saputo questo mi disse [..] “Tu sei nato per qualcosa di meglio, non per vendere Sale e lavorare la terra. Domanda a codesto Monte di Pietà la magra pensione di 25 franchi al mese per quattro anni, e io farò il resto; andrai al Conservatorio di Milano e, quando potrai mi restituirai il denaro speso per te”. [..]

1) Di Clara Maffei, uno dei più importanti “salotti” di Milano.
2) Antonio Barezzi, gravemente ammalato.
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Si occupa e si diverte
Il 28 dicembre 1890, Giuseppina scrive al figlioccio Peppino De Santis: “Verdi per dar pascolo alla sua attività e per divertirsi cercava e vagheggiava un soggetto di un'opera buffa (non buffona) e la sua scelta cadde su Falstaff… lo scopo era di occuparsi divertendosi, Verdi si occupa e si diverte”.

Da “Verdi 366  - Effemeride di una vita”. Ideazione, ricerche e testi di Gaspare Nello Vetro, traduzione di Mariangela & Co. Tecnografica s.n.c Parma (2001).