Palazzo Orlandi, Busseto

Giuseppe Verdi e Giuseppina Strepponi vivono a Busseto, in Palazzo Orlandi sul corso principale del borgo a pochi passi dalla piazza. Convivono, anzi. La cosa disturba molti bussetani; si mormora e - pare - alcuni lancino pietre alle finestre della coppia. In una densa, dura lettera del 1852 Verdi si lamenta anche dell’atteggiamento di Antonio Barezzi: “In casa mia vive una donna libera, a lei si deve pari anzi maggior rispetto che non si deve a me..”

Verdi secondo Vanity Fair

Giuseppe Verdi secondo Théobald Chartran per Vanity Fair, 15 febbraio 1879.
Il settimanale inglese Vanity Fair, recante il sottotitolo A Weekly Show of Political, Social and Literary Wares, venne fondata daThomas Gibson Bowles, con l'intento di mettere alla berlina le vanità della società dell’Inghilterra Vittoriana. Il primo numero fu messo in vendita a Londra il 7 novembre 1868. La rivista offriva ai suoi lettori articoli su moda, attualità, spettacoli, libri, eventi mondani e gossip dell'ultim'ora; inoltre presentava narrativa a puntate, giochi di parole e altre amenità. In molti numeri della rivista era presente una litografia a colori a tutta pagina con una caricatura di una celebrità dell’epoca; la gamma dei soggetti rappresentati era molto varia e comprendeva artisti, atleti, statisti, scienziati, autori, attori, militari e studiosi.

L'ospedale di Villanova

Il Maestro Verdi ha sempre seguito con grande attenzione le questioni dell’amministrazione dei suoi beni, ma anche dei suoi “investimenti” per il bene della collettività. Tra questi spicca l’ospedale di Villanova sull’Arda la cui gestione non lo soddisfa affatto. “Dica alle suore che si contentino di stare in tre - scrive al responsabile - Perdano meno tempo con l’andare troppo sovente in chiesa. Si dà gloria a Dio facendo il proprio dovere anche stando in casa”. Sappiamo che l’ospedale verrò poi ricordato ne testamento.

Hohenstein, secondo Giulio Ricordi

[…] L'incarico di approntare i bozzetti delle scene e dei costumi fu affidato dalla Casa Ricordi a un artista eccellente quanto modesto: Adolfo Hohenstein. Questi si è accinto all'opera colla serietà che imponeva il doppio scopo di fare una cosa storicamente esatta e artisticamente bella. In simili casi finora si batteva un cammino molto breve: si andava alla biblioteca più vicina, si consultavano le enciclopedie, qualche vecchia storia del costume e senza troppe preoccupazioni si preparavano i bozzetti cercando di avvicinarsi colle costruzioni principali e cogli accessori ai modelli trovati in quei libri, lavorando molto di fantasia, e brancolando spesso nel buio, per insufficienza di documenti. Il signor Hohenstein non si è arrestato invece alla biblioteca di Brera; ha preso il treno e se ne andato a Londra. […] Windsor è oggi una città moderna colle eleganti e bianche casette dai tetti di ardesia, colle ampie strade. Nulla vi parla dell'Osteria della Giarrettiera dove dominava monumentale la pancia di sir John. […] Era nella vasta e affumicata metropoli che il nostro artista doveva scoprire quel gruppo di case cercate, quel frammento d'antico, atto a farlo rivivere come in una visione nel mondo di cinque secoli fa. Nell'Oxford-street esiste infatti questo gruppo di case che Hohenstein copiò, esaminò, studiò, e nell'esterno e nell'interno, sceverando ciò che era realmente del tempo da ciò che venne mutato poi. Gli studi fatti al British Museum, le informazioni assunte da persone competenti, le necessità sceniche, e il suo istinto d'artista, fecero il resto […] I costumi furono esattamente riprodotti da ritratti e disegni del tempo e adattati, con giusto criterio, alle condizioni e all'età dei personaggi. Persino per la mascherata di spiritelli, fate, satiri dell'ultimo atto l'artista non volle affidarsi alla pura fantasia, ma si ispirò ai disegni di vecchie mascherate inglesi facendo naturalmente gli opportuni adattamenti alle necessità estetica della scena […] Sui bozzetti dell'Hohenstein lo scenografo Zuccarelli ha dipinto le scene […] I costumi sono stati eseguiti, sui modelli dell'Hohenstein, dal sarto teatrale della Scala, lo Zamperoni.

Adolf Hohenstein (Pietroburgo, 18 marzo 1854 – Bonn, 12 aprile 1928) è stato un pittore, pubblicitario, illustratore, scenografo e figurinista tedesco, ma cresciuto a Vienna, esponente del Liberty. È stato – tra le varie cose – uno dei padri del moderno cartellonismo pubblicitario italiano.
Si stabilisce a Milano intorno al 1880, lavorando come scenografo e come costumista per La Scala e per altri teatri. Incontra l'editore musicale Giulio Ricordi e nel 1889 inizia a lavorare per le Officine Grafiche Ricordi, di cui diviene in breve tempo direttore artistico curandone sia la parte grafica (suoi i manifesti per La bohème, Tosca, per la pubblicità della Campari, della Buitoni e del Corriere della Sera, insieme a innumerevoli cartoline, copertine di spartiti e libretti), sia la parte teatrale (scene e costumi per opere, tra cui Falstaff di Verdi (1893) e gran parte delle opere di Puccini, dai bozzetti di Le Villi al manifesto di Madama Butterfly (1904). Alla Ricordi ha come collega Giovanni Maria Mataloni e come allievi Leopoldo Metlicovitz e Marcello Dudovich.

Ebbene bugie non so dirne, Falstaff è finito

“È uno spettacolo innamorante, sublime, questo Vegliardo, che, cittadino della classica terra del “dolce far niente” crea sempre nuovi tipi artistici, jeri Otello, oggi Falstaff, domani forse Don Chisciotte”. Così esordisce questa numero speciale de L'illustrazione italiana tutta dedicata a Verdi (e al suo Falstaff). “Questo Verdi – continua – titano dell'arte che al pari del Vecellio, del Goethe e di Victor Hugo, a età sì tarda, non conosce tramonto e com'essi par che partecipi all'eterna giovinezza degli dei”.

Nel 1873 esce a Milano la Nuova illustrazione universale, rivista settimanale che nasce nel solco di pubblicazioni illustrate della prima metà del secolo, quali Cosmorama pittorico e Poliorama pittoresco, e soprattutto sul modello di analoghe riviste straniere, quali le francesi L'illustration e l'inglese The illustrated London news. Nel 1874 cambia titolo in L'illustrazione italiana, che diventa definitivo l'anno dopo. Il fondatore e primo direttore e Emilio Treves (nato a Trieste nel 1834, morto a Milano nel 1916) che con il fratello Giuseppe è anche titolare della casa editrice della rivista: la società “Fratelli Treves Editori”. Nell'ultimo quarto dell'Ottocento L'illustrazione italiana rappresenta quel tipo di rivista borghese basato soprattutto sulla notizia illustrata (disegnata prima, fotografata poi) che costituirà un modello imprescindibile per la maggior parte delle pubblicazioni periodiche destinate a una fruizione più ampia rispetto al passato, anche se non popolare. A quella categoria appartengono anche le riviste periodiche associate ai quotidiani (dal Secolo illustrato della domenica alla Domenica del corriere e quelle di argomento musicale e teatrale (dal pionieristico Teatro illustrato dell'editore Sonzogno a Musica e musicisti dell'editore Ricordi.

A questo numero de L'illustrazione italiana collaborarono: Ettore Ximenes, Raffaello Barbiera, Achille Tedeschi, August Schlegel, Giuseppe Giacosa, Giulio Ricordi, Gennaro Amato, (copertina e diverse incisioni), Arnaldo Ferraguti e naturalmente Adolf Hohenstein (disegno a colori finale).
Tra le immagini riportate nell'edizione monografica, Giuseppe Verdi in una incisione di Ernesto Mancastroppa tratta da una fotografia di Achille Ferrario.