Dice Falstaff
De Candia si racconta

Per un artista è sempre così, almeno io la penso così; non c’è un altro modo per affrontare le produzioni se non immaginarle come un debutto. Dal 2000, dalla prima a Reggio Emilia ad oggi, credo di aver “debuttato” in più di venti produzioni di Falstaff diverse dagli Stati Uniti al Giappone. Come faccio? Di solito entro nello spirito della produzione e cerco di individuare gli elementi di novità rispetto alla mia esperienza; in questa nuova produzione per Parma, pensata da Iacopo Spirei, non ho fatto nessuna fatica a trovarne molti. Si tratta qui davvero di un modo diverso di intendere il personaggio e tutta la produzione porta in una nuova direzione. Siamo coerenti con il libretto, c’è un grandissimo rigore, eppure l’ambientazione nuova - siamo a nostri giorni - rende immediatamente nuova la prospettiva con cui si osserva tutto: l’azione ed i protagonisti a partire dal carattere di Sir John. Meno bonario, meno umano, di quello cui siamo abituati, io stesso per primo, questo Falstaff è più disincantato, più crudo, più attivo e reattivo. Ha i suoi anni, certo, ma come tanti suoi coetanei, oggi, è ancora vigoroso e per questo muove meno alla pietà. Questa difficoltà ad immedesimarsi in un personaggio che ha ancora una sua energia vitale interna - e non solo l’eco di una spavalderia giovanile - rende ancora più sorprendente il cambio di sentimenti del pubblico che il terzo atto impone nei suoi confronti. Solo allora è giusto riconoscere in lui il carattere dell’uomo vinto, provare compassione. In questa produzione siamo più lontani dal Falsatff di Shakespeare di quanto mi sia capitato in passato, più proiettati nella modernità di Verdi. Falstaff sa che il mondo sta cambiando, che la borghesia con i suoi ritmi, ideali, costumi, desideri di apparire e di conquistarsi spazio nella scena, è già protagonista; ma non riesce a dimenticare quello che è: creatura di un secolo, di un mondo. Nel nostro allestimento, Falstaff non rinuncia a combattere, anzi, è proprio lui l’elemento di squilibrio all’interno di una società borghese che altrimenti vive una vita sempre uguale a se stessa. E infatti la sua presenza, sin dal principio, crea squilibrio anche dal punto di vista scenografico: al suo ingresso la scena si piega e si rompe.

Non è rozzo, crasso, crapulone, non è solo miles gloriosus e vecchio libidinoso - come quello che spesso ritroviamo negli spettacoli di ambientazione o ispirazione anglosassone - questo Falstaff che interpreto e non lo può essere perché la musica di Verdi e le parole di Boito lo elevano da subito su un piano nuovo e diverso; se non di nobiltà sociale, certamente d’animo. Troppo raffinata la tessitura musicale e troppo forbito il suo linguaggio. Da questa nuova condizione a cui lo innalza Verdi è ancora più immediato per questo Sir John vedere gli effetti del mondo alla rovescia. Il personaggio del drammaturgo inglese è la metafora della crisi del Rinascimento; la riscrittura del musicista italiano, alle soglie del Novecento e dei suoi fantasmi, diventa la parodia del tragico, la vittoria dell’antieroico. Bisogna aspettare la fuga finale perché il Falstaff di Verdi e quello di Shakespeare si ritrovino. E si ritrovano magistralmente perché gli inciampi provocati dal rovesciamento del mondo (in qualsiasi epoca e più ancora di qualsiasi burla), portano inevitabilmente alla stessa risata liberatoria e senza tempo.

Intervista raccolta da Gianni Ceprano